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LIVA: relazione al Ddl 214 "Misure urgenti in materia di finanze"

pubblicato il 25 maggio 2017

Presidente, colleghi 
Permettetemi di far precedere la descrizione del contenuto del disegno di legge, da alcune brevissime annotazioni di contesto che possono aiutare ad inquadrare la vicenda Medio Credito nel panorama più generale delle vicende del credito e delle banche di questi anni.
I problemi di Medio Credito sono, infatti, per buona parte riconducibili alla mancato tempestivo adeguamento di missione, struttura, operatività, modalità di gestione e monitoraggio dei rischi, ai nuovi standards richiesti dal mutato contesto economico e finanziario determinato dalla crisi, dal conseguente poderoso e radicale mutamento della normativa bancaria a livello nazionale ed europeo in particolare a partire dagli anni 2009 ma già, per molti versi, avvertibile sin dalle riforme degli anni novanta con la creazione di un nuovo modello di banca universale che metteva in soffitta la netta distinzione fra la banca commerciale a breve e le banche speciali a medio-lungo periodo che perdurava fin dalla legge bancaria del ’36. Mutava il modello di business e la violenta crisi finanziaria e poi economica questi anni, se ha colpito tutti, ha però avuto reazioni diverse a seconda del livello di preparazione al mutamento.
Se la bassa redditività e gli alti costi assillano anche le altre banche europee, il caso Deutsche Bank è un esempio spesso citato, le banche Italiane si caratterizzano per una zavorra in più, quella valutata in circa 198 miliardi di sofferenze lorde, che diventano un po’ meno di 100mld al netto delle coperture. A tale peso delle sofferenze non smaltite quando le norme lo permettevano, molti osservatori attribuiscono il quoziente aggiuntivo di rischio assegnato dal mercato al sistema bancario italiano. 
Da 2008, inizio della crisi che ha travolto il paese, il volume dei crediti deteriorati è aumentato del 20% l’anno fino al 2015. Per spingere le banche ad accelerare lo smaltimento dei crediti in sofferenza il Governo ha messo in campo una serie di misure per favorire l’incontro tra la domanda e l’offerta. Non essendo riuscito a individuare una strada legale per una “bad bank” di sistema, il Tesoro ha ideato Gacs, la garanzia pubblica sulle cartolarizzazioni di NPL, ha sostenuto la nascita del Fondo Atlante e modificato parti del diritto fallimentare e dell’esecuzione immobiliare. Misure che non si adattano però a tutte le situazioni, che non coprono tutte le necessità, che l’opinione pubblica spesso contesta e non capisce suggestionata da una retorica anti-banche e anti-finanze che rischia di rendere inutilizzabili tutti gli strumenti più utili ad evitare le conseguenze peggiori per risparmiatori ed imprese. Ma oggi non abbiamo fiducia nemmeno nei vaccini che hanno salvato la vita a milioni di bambini…figuriamoci le Banche.
In otto anni, si legge in documenti di Banca d’Italia, il crollo effettivo del Pil è stato del 30% e le sofferenze nette sul totale dei prestiti sono salite di 3 punti. Il risultato: 600 milioni di caduta del Pil hanno generato 60 milioni di aumento dei crediti avariati. Questo spiega tutto? Tutto fisiologico?
Non credo sia così. Esistono le specificità, le responsabilità dei managers, i possibili limiti degli organi di vigilanza per molti anni tenui e poi di colpo drastici, i dati distonici rispetto alla media, come è il caso della percentuale degli NPL in Medio Credito rispetto al totale degli impieghi che supera il dato medio del 18% del sistema italiano e che va indagato, come si sta facendo, ma che va anche messo in relazione con l’esclusiva vocazione a medio/lungo termine dei nostri impieghi, alla natura pubblica e territoriale della nostra banca a cui negli anni si è richiesta sensibilità al territorio, all’occupazione all’impresa e  ai dividendi, fin che c’erano, ora a consuntivo, non si può non tenerne dovutamente conto.
Un altro dato di contesto che va, a mio avviso, tenuto presente nel valutare non tanto il presente DDL ma le prospettive future della Banca e il senso della presenza pubblica in essa è che, come recentissimamente ricordato in una intervista dal prof. Prodi, “le banche italiane forniscono l’85% delle necessità finanziarie delle nostre imprese. Negli altri paesi meno della metà. E’ quindi chiaro che le nostre banche sono state travolte dalla crisi più che altrove. In Italia non ci sono altri potenti prestatori di denaro e abbiamo una borsa debole. Se poi vi è un rischio sistemico e non esiste un’alternativa possibile nel mercato, lo stato deve intervenire”.  
Bene, non credo che nella nostra Regione il ruolo delle banche come prestatrici di denaro sia percentualmente inferiore, se non per lo spazio rilevante coperto dalla nostra Banca che nel 2016, sotto le varie forme e canali, ha comunque erogato nuovo credito alle imprese per 227 milioni annoverando 3.200 imprese clienti. Si  consideri inoltre il fatto che le condizioni attuali di bassa inflazione e di tassi al  livelli storicamente ai minimi non è un dato acquisito per sempre, anzi segni di risveglio economico a livello Europeo, paiono ormai consolidati e ci si attende da un mese all’altro un cambio di politica monetaria da parte di BCE che, riducendo la liquidità del sistema, potrebbe rapidamente mutare il quadro della reddittività della intermediazione da parte delle banche e i costi dell’accesso al credito da parte di imprese e famiglie.
E’ proprio in ragione di queste considerazioni di ordine strategico di tenuta e di sviluppo del sistema economico Regionale che la Giunta ha operato in questi anni nei confronti di Medio Credito, senza perdere tempo sin dall’inizio della legislatura, procedendo a una “DUE DILIGENCE” aziendale effettuata da KPMG Spa nel settembre 2013 e su quella base e sulla scorta del Piano Industriale 2014-2016 a predisporre un’operazione di aumento di capitale in conformità alle indicazioni di Banca d’Italia e nel rispetto dei requisiti patrimoniali sempre più stringenti della normativa comunitaria. 
Sin dal primo importante intervento di aumento del capitale nel 2014 (50 milioni riservato ai soci-quota di partecipazione azionaria di Finanziaria MC FVG pari 25,1 mln di Euro), l’impegno finanziario è stato legato alla ricerca di un partner industriale del settore che assicurasse alla nostra Banca l’uscita dall’isolamento e l’inserimento in un gruppo bancario dal profilo patrimoniale adeguato ai tempi perigliosi d’oggi. E un partner di tale livello aveva già chiaramente manifestato sin dall’autunno del 2014 il proprio interessamento e nel giugno dell’anno successivo lo sottoscriveva anche formalmente con una lettera di intenti non impegnativa. Sappiamo tutti che sto parlando del Gruppo Bancario Iccrea, soluzione verso cui si registrò un generale favore anche nelle molteplici audizioni in Prima Commissione che hanno contrassegnato ogni passaggio – verrebbe da dire ogni stazione – del percorso di risanamento e rilancio di Medio Credito. In prima commissione abbiamo, nel corso di questa legislatura, dedicato al tema otto audizioni: la prima il 17 settembre 2013 l’ultima, al momento, il 16 maggio 2017.  
La serietà del percorso intrapreso con Iccrea è testimoniata da una successiva sottoscrizione di un seconda lettera di intenti del dicembre 2015 che avrebbe dovuto precedere un successivo accordo impegnativo la cui bozza era già pervenuta negli uffici della Regione nell’aprile del 2016.
Non riassumo ancora una volta gli obiettivi e gli strumenti che si sarebbero dovuti adottare: cessione dei crediti in sofferenza, rafforzamento patrimoniale, ridisegno dell’assetto sociale con l’ingresso di Iccrea, impegno del nuovo socio a mantenere radicamento territoriale regionale.
Tale rapida sintesi credo basti a confutare qualunque critica di immobilismo o di carenza di progetto da parte del socio Regione e ho tralasciato di menzionare comunque molti altri momenti importanti legati all’affinamento, anche tecnico, dei passaggi in riferimento ad esempio alle modalità di “cartolarizzazione” delle sofferenze, alla determinazione del nuovo apporto patrimoniale da parte dei soci, e la valutazione di impatto di uno scenario conseguente alla non effettuazione di tali interventi, affidate ad advisor esterni. Fra i vari interventi non si mancò di avviare contatti onde verificare la disponibilità di applicazione di altri strumenti come ad esempio quella del Fondo Atlante. 
“A novembre del 2016 - cito dalla relazione presentata in Prima Commissione dalla Presidente Compagno - il progetto Iccrea ha trovato un inatteso epilogo per cause indipendenti dalla volontà della Banca e correlate principalmente alla riforma del credito cooperativo.”
Le risultanze di Bilancio 2016 a fronte del perdurare di tutti gli elementi non ancora superati di debolezza dell’istituto, dei criteri sempre più cautelativi di accantonamento e del proseguire del deterioramento delle patologie sui crediti (anche se in sensibile rallentamento 50 mln di nuove posizione contro i 103 del precedente esercizio), hanno determinato una perdita d’esercizio di 76,2 mln con una copertura rettificativa delle sofferenze arrivata al 67,87% ex 56,89% e quella complessiva dei crediti deteriorati al 56,8°% (ex 44%) percentuali decisamente elevate nel panorama bancario nazionale.  Nel frattempo si è conclusa l’ispezione della Banca d’Italia che, come è stato riferito in Prima Commissione, ha collocato ad un importo massimo di 100 milioni il fabbisogno di capitale necessario a rendere sostenibile patrimonialmente tutti i possibili scenari di prezzo di cessione delle sofferenze, e ha chiarito che tale disponibilità di risorse si deve rendere immediatamente disponibile già dal 30 di giugno.
 A fronte del supporto all’operazione di aumento di capitale da parte del socio Fondazione CRTrieste, dell’esistenza dichiarata di altre manifestazioni di interesse da parte di altri possibili partner in sostituzione di ICCREA che, benché non resi noti se non da indiscrezioni di stampa peraltro non confermate, rappresenterebbero prospettive ritenute di meritevole di attenzione, si è giunti alla predisposizione del DDL oggi in discussione che autorizza l’allocazione in Bilancio di una posta di 16.490.000 finalizzata a portare l’apporto complessivo della Regione all’aumento al valore pari alla propria quota di partecipazione al C.S. e cioè a Euro 54.990.000. Ciò nel presupposto che tale sostegno finanziario riporti gli indicatori patrimoniali della Banca ad un livello adeguato a quanto prescritto dall’Organo di Vigilanza e renda, dunque, possibile concludere la cessione dei NPL ad un operatore specializzato in un quadro di continuità aziendale futura. 
L’Articolo 1, comma 3 del DDL autorizza la spesa per l’anno 2017 mediante storno di pari importo a valere sulla Missione n. 8 (Assetto del territorio ed edilizia abitativa), disponibilità che sarà ripristinata in sede di Assestamento di bilancio. 
Le linee strategiche del piano industriale 2017-2019 che è stato sommariamente illustrato in prima commissione nella seduta del 16 maggio prevede il raggiungimento del CET-1/Tier 1 ratio superiore al 10,5% già a fine 2017 dopo aver scontato la perdita della cessione dei crediti deteriorati, riportando l’incidenza della componente NPL sul totale del portafoglio al 13,6% contro il 24,5% attuale, un recupero di produttività e redditività con una forte riduzione degli oneri operativi, e un risultato economico positivo nel biennio 2018-2019.
Credo di aver riassunto con completezza i fatti rilevanti così come sono stati peraltro resi noti in questi anni nei vari passaggi di confronto con la Governance della Banca e con l’Ass. competente. 
Senza nascondere le difficoltà e il rammarico per non aver conseguito già il risultato di partnership che tutti avevamo auspicato e su cui avevamo concordato, rimaniamo però convinti nell’obbiettivo che ci eravamo dati e che ostacoli, non imputabili alla nostra volontà, ci hanno impedito di raggiungere.
L’assunzione di responsabilità come soci di maggioranza della nostra parte di ricapitalizzazione della Banca credo sia un dovere a cui non è dato sottrarsi. Solo il risanamento di Banca Medio Credito e la sua collocazione in un percorso di riassetto societario ed industriale dà senso e renderà possibile la discussione sull’utilità, la nuova mission, le nuove ragioni di una partecipazione pubblica in una Banca. 
A Medio Credito dal 1957 - data della sua costituzione - si è chiesto di sostenere il contesto socioeconomico della nostra Regione, poi si è chiesto di espandersi, di crescere in volumi e in dividendi ma si è consentito restasse in una dimensione “stand alone” e che la sua crescita di dimensione e di rischio non fosse adeguatamente accompagnata da un irrobustimento della struttura patrimoniale ma anche di gestione e di controllo. 
E’ arrivata la crisi, lunghissima, fortissima e tutti i problemi sono emersi nella loro gravità così come è emerso il ritardo accumulato a cui si poteva por mano, peraltro come abbiamo visto con grande difficoltà, perché un conto è intervenire per tempo in una fase di crescita economica e un conto è intervenire nel pieno di una bufera. 
Ma ce la possiamo ancora fare e con un sacrificio economico importante, 54 milioni complessivamente, ma assorbibile da un Bilancio Regionale solido come il nostro e rafforzato in questi ultimi dieci anni da un’azione comune e trasversale di contenimento del debito e degli oneri. Peraltro in una Regione Speciale come la nostra il tema della fiscalità e dunque della tenuta del tessuto economico e delle rivenienti entrate tributarie assume un valore ed una strategicità ancora più rilevante che ci sprona ad intervenire. 
In questi mesi di continue crisi bancarie non risolte pur dopo interventi pubblici e privati ingentissimi si è spesso sentito criticare le regole del “bail in” che impongono un intervento esteso anche agli obbligazionisti e ai correntisti nel caso di crisi bancaria non risolta dagli azionisti e si è invocato la mano pubblica a salvaguardia e tutela dei clienti. Non intendo entrare in tale discussione, mi limito a segnalare che noi siamo soci pubblici e ci apprestiamo a fare il nostro dovere sul piano del capitale avendo approntato una strada di risanamento. Non ci nascondiamo né i rischi né i pericoli né le difficoltà ma altre strade non ci costerebbero meno, anzi, e aprirebbero scenari ancor più penalizzanti per il nostro sistema regionale.
Il DDL 214 contiene l’Articolo2 e l’Articolo 3 riferiti al riconoscimento di debiti fuori bilancio, i cui dettagli tecnici a supporto sono stati forniti nel corso dell’esame del provvedimento in commissione. 
Per tutti questi motivi che trovano nei fatti e non nella politica il loro fondamento, chiediamo l’approvazione del DDL perché poi la Giunta, con la dovuta attenzione e trasparenza, concluda i passaggi necessari al risanamento della Banca Medio Credito.

Renzo Liva
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