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Contro la riapertura del C.I.E. di Gradisca d’Isonzo ed eventuale riconversione in CARA

pubblicato il 08 luglio 2014

MOZIONE N. 65

FIRMATARI: CREMASCHI, ZECCHINON, CODEGA, MORETTI, ROTELLI, BAGATIN

OGGETTO: “CONTRO LA RIAPERTURA DEL C.I.E. DI GRADISCA D’ISONZO ED EVENTUALE RICONVERSIONE IN CARA”

Il Consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia,
VISTA la precedente mozione votata dal Consiglio Regionale nel 2013 che impegnava tra l’altro la Regione Friuli Venezia Giulia nei confronti del Governo: 
- a verificare la costituzionalità delle Leggi e delle norme attuate in questi anni e ad abrogare le norme non rispettose dei diritti umani ai sensi della Costituzione e della Carta dei Diritti Umani; 
- a sollecitare la riforma della normativa relativa al sistema delle espulsioni e dei trattenimenti e l’abolizione immediata del reato di “immigrazione clandestina”;
VISTO che la Regione Friuli Venezia Giulia è stata più volte, nell’arco del 2013 e del 2014, protagonista del dibattito sulle condizioni di vita dei detenuti del C.I.E., non solo tramite visite effettuate da diversi Consiglieri regionali, ma anche tramite il vertice convocato dalla Presidente Serracchiani a Gradisca d’Isonzo il 23 agosto 2013; 
VISTO l’esposto depositato il 12 maggio 2014 dall’Associazione Tenda per la Pace e i Diritti, dal Progetto MeltingPot Europa, dal Garante dei Diritti dei Detenuti della Provincia di Gorizia e dall’assessore del Comune di Staranzano insieme a diverse importanti associazioni operanti a livello nazionale come l'ASGI (Associazione per gli Studi Giuridici sull'Immigrazione), Antigone e l'Associazione “A buon diritto” relativo ai fatti intercorsi nel mese di agosto 2013 nel C.I.E. (Centro di Identificazione ed Espulsione) di Gradisca d’Isonzo;
VISTA la relazione depositata dal Dottor Gianni Lidiano Cavallini, direttore della S.O.C. di Igiene e Sanità Pubblica dell’ASS n. 2 “Isontina”, prodotta in seguito alla visita effettuata il 14 agosto 2013, nella quale si riporta in maniera esplicita una serie di carenze strutturali (tra cui l’impossibilità di una corretta aereazione) che ne compromettono il funzionamento in via ordinaria;
LETTI i seguenti stralci della citata relazione igienico-sanitaria:
1. “dal punto di vista strutturale è emersa una grave carenza dei requisiti relativi al ricambio d'aria; in particolare, nelle camere (a parte una limitata parte superiore) le finestre non sono normalmente apribili per motivi di sicurezza. Nei servizi igienici non esistono fori di apertura neppure minimi; l'unico possibile ricambio d'aria deriva dall'area esterna "a gabbia", che risulta assolutamente insufficiente rispetto ai parametri (1/8 rispetto alla superficie calpestabile) e, inoltre, rappresenta la parte estrema di un'area definibile come a scorrimento verticale ("gabbia" – "chiosco" – soggiorno – corridoio – camera) e conseguentemente inefficace a realizzare un appropriato ricambio volumetrico dell'aria in tutti i vani”;
2. “dal punto di vista della manutenzione gli scarichi dell'acqua dei servizi igienici si sono rivelati assolutamente inefficienti, in quanto non in grado di accogliere le acque provenienti dai lavandini e dalle docce; conseguentemente, l'anti-latrina appare nelle otto "sezioni" invasa nella  pavimentazione da acqua di scarico”;
3. “dal punto di vista delle attrezzature va sottolineato che nelle camere non è mai presente alcun armadietto, per cui abiti e scarpe sono conservati senza protezione alcuna. Molti letti sono risultati privi di lenzuola e spesso i cuscini sono apparsi non di dotazione; le coperte presenti erano in condizioni di non pulizia. I servizi igienici sono dotati di porte di accesso non chiudibili dall'interno. Molte pareti presentano scrostamenti diffusi dell'intonaco”;
4. “dal punto di vista gestionale, non essendo attivo uno spazio di refezione, gli alimenti, pur essendo trascorse almeno un paio di ore dal loro conferimento, sono risultati presenti prevalentemente nello spazio definibile come soggiorno in assenza di qualsivoglia strumento di governo delle temperature e delle possibili contaminazioni”;
5. “Pertanto, si ritiene che il Centro di Identificazione e Espulsione di Gradisca d'Isonzo non possieda al momento i requisiti strutturali e funzionali per accogliere ospiti; considerato, peraltro, il rischio di malattie infettive e/o contagiose, si ritiene che proprio il mancato efficiente ricambio d'aria rappresenti un importante fattore di rischio di contaminazione e propagazione di tali patologie. A tali giudizi in merito alla qualità igienico-sanitaria dei locali va aggiunto un giudizio critico rispetto alla somministrazione e consumo di alimenti e bevande, in quanto assolutamente carente sia l'aspetto di governo delle temperature, sia il consumo di detti alimenti in ambienti privi di adeguata aereazione e pulizia“;
ACQUISITA la nota giuridica inviata alla Regione da parte dell'ASGI (Associazione per gli Studi Giuridici sull'Immigrazione) in data 12 agosto 2013 che evidenzia come “spetta alla Regione la vigilanza sulla idoneità igienico-sanitaria della struttura utilizzata per il trattenimento, l'agibilità dei locali e la verifica, in concreto, delle condizioni interne sotto il profilo dell'igiene pubblica. Il mero fatto che il C.I.E. sia una struttura gestita interamente dall'organo periferico di Governo (D.P.R. 394/99 art. 22co.1) non significa affatto né che vengano meno le competenze delle regioni in materia di vigilanza sanitaria e relative procedure autorizzative, né tanto meno che nei centri di trattenimento operino requisiti di agibilità ed igiene in qualche modo “diversi” rispetto ad altre strutture di natura non carceraria adibite all'accoglienza collettiva. Se così fosse, su una materia tanto delicata, la norma primaria si sarebbe espressa con chiarezza; ma così non è”;
VISTA la recente risposta del Ministro Alfano all’interrogazione dell’On. Brandolin presso il “Comitato parlamentare di controllo sull’attuazione dell’accordo di Schengen, di vigilanza sull’attività di Europol, di controllo e vigilanza in materia di immigrazione” in cui il Ministro si è detto disponibile al confronto con gli enti locali in merito al destino del C.I.E. di Gradisca;
LETTO l’articolo comparso il 30 giugno sul quotidiano “Il Piccolo”e le fotografie pubblicate che documentano invece lo stato di avanzamento dei lavori in corso all’interno della struttura con l’installazione di nuove reti metalliche e con la costruzioni di inferriate sui soffitti ancora più costrittive delle precedenti, tali da impedire addirittura di guardare il cielo;
CONSTATATO che tali opere non sono assolutamente compatibili con la trasformazione dei locali in vista di un ampliamento del CARA, soluzione prospettata dal ministro Alfano dopo gli eventi dell’agosto 2013, soluzione comunque non ritenuta adeguata dalla popolazione e dalle associazioni per l’accoglienza di persone richiedenti asilo per le quali peraltro la nostra Regione sta sperimentando forme di accoglienza più idonee attraverso i progetti SPRAR ed altre progettualità;
RICORDATO che non possiamo non sentirci tutti responsabili per la morte di Majid, avvenuta il 30 aprile 2014, nel silenzio generale, a seguito della caduta dal tetto durante le proteste del mese di agosto 2013;
CONSIDERATO infine che la normativa che regola l’accesso al C.I.E. non è stata neppure equiparata all’art. 67 della legge 26 luglio 1975 n. 354 "Norme sull'ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure privative e limitative della libertà” e che pertanto è estremamente difficoltoso esercitare le necessarie funzioni di controllo rispetto alle condizioni sanitarie, alle condizioni di vita ed abitabilità ed al rispetto dei diritti umani.
Tutto ciò premesso,
IMPEGNA LA GIUNTA REGIONALE
a ribadire con fermezza la contrarietà ad un’eventuale riapertura del C.I.E. e in subordine, ad una riconversione dei locali, ad esso precedentemente destinati, in vista dell’ ampliamento del CARA;
a sollecitare il Governo Nazionale affinché
- abroghi tutte le norme non rispettose dei diritti umani ai sensi della Costituzione e della Carta dei Diritti Umani;
- riformi la normativa relativa al sistema delle espulsioni e dei trattenimenti;
- in attesa della auspicata chiusura di tutti i C.I.E. presenti sul territorio italiano ne equipari le norme almeno ai sensi dell’art. 67 della legge 26 luglio 1975 n. 354 "Norme sull'ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure privative e limitative della libertà” equiparando anche le norme relative all’accesso e al controllo da parte dei consiglieri regionali;
- rispetti la volontà della popolazione della Regione Friuli Venezia Giulia che rifiuta l’apertura del C.I.E. sul territorio regionale, ritenendo tale forma di contenzione non rispettosa dei diritti umani.

CREMASCHI
ZECCHINON
CODEGA
MORETTI
ROTELLI
BAGATIN