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CODEGA: RELAZIONE PDL 99 "Norme per l’integrazione sociale delle cittadine e dei cittadini stranieri immigrati"

pubblicato il 23 ottobre 2015

RELAZIONE DI MAGGIORANZA ALLA PROPOSTA DI LEGGE N. 99 "Norme per l’integrazione sociale delle cittadine e dei cittadini stranieri immigrati"

Signor Presidente, Signori Consiglieri,
Il problema della immigrazione costituisce una delle questioni principali della società dei nostri giorni. La dimensione, i numeri, la continuità nel tempo, l’impatto culturale e sociale con le nostre comunità, ne fanno un fenomeno che giustamente può essere definito epocale, destinato ad incidere profondamente sulla storia del nostro Paese e della nostra regione. La presenza degli immigrati nel nostro Paese, cinque milioni, giunti in diverse ondate negli ultimi trent’anni, costituisce ormai un dato consolidato nella struttura demografica italiana. I governi, di tutti i colori politici, sono dovuti intervenire in diversi momenti e hanno dovuto legiferare per assicurare una “governance” ordinata del fenomeno, favorire l’integrazione sociale e culturale e arginare tensioni e contrapposizioni.
Punto di riferimento normativo fondamentale è tuttora il Decreto Legislativo Turco- Napolitano n. 286/1998, confermato in grandissima parte dalla Legge n. 189/2002, la Bossi–Fini, che disciplina il fenomeno e detta le regole sulla condizione dello straniero. Così come nel panorama europeo ormai numerosi sono gli interventi e i Pronunciamenti sul tema, a partire dalla Convenzione di Ginevra relativa allo status di rifugiato del 24 luglio 1954, fino al Trattato sulla Comunità Europea e alla Direttiva 2003/109/CE. Un quadro normativo ormai consolidato che definisce diritti, doveri, condizioni di accesso al lavoro e alle prestazioni sociali dei cittadini provenienti da Paesi Terzi.
Negli ultimi mesi al problema “immigrazione” si è aggiunto e spesso sovrapposta la questione “profughi”. Una trattazione disinvolta di questa emergenza, soprattutto da parte dei media, ha creato non poca confusione nell’opinione pubblica e ha contribuito a gettare un allarme sull’intera questione della immigrazione, allarme che non ha motivo di esistere.
La Proposta di Legge che presentiamo intende normare le relazioni, i rapporti, le opportunità culturali e sociali dei cittadini stranieri immigrati presenti nel nostro territorio al fine di garantire una loro integrazione con e nelle nostre comunità. Un’integrazione che è sinonimo di sicurezza sociale per loro come per i cittadini italiani. Come è noto, già nel 2005 questo Consiglio promulgò una legge in proposito, legge che l’amministrazione successiva ritenne di dover abrogare. Ne seguirono anni di norme e di disposizioni, soprattutto in riferimento all’accesso al welfare, di discussa legittimità. Tanto è vero che molte di quelle disposizioni vennero censurate dal Governo prima e dalla Corte costituzionale poi. Fu pertanto necessario abrogarle o modificarle. Nel frattempo andò consolidandosi, su diverse tematiche, un intervento di tipo amministrativo articolato, il Programma annuale, che di fatto garantiva interventi significativi per il governo del fenomeno.
Noi crediamo sia giunto il momento di intervenire in maniera organica con una proposta di una legge che copra l’intero settore. Stiamo parlando della vita di 108 mila persone che abitano e vivono nel nostro territorio e che evidenziano esigenze specifiche nel campo del lavoro, della scuola, dei servizi sociali, dell’identità culturale e religiosa. Non possiamo limitarci a intervenire con meri atti amministrativi, senza indicare formalmente una linea di indirizzo generale sul senso e le modalità della loro partecipazione alla vita civile e sociale della nostra società. Una legge esprime sul piano politico e al massimo livello il volto pubblico di un’amministrazione regionale, in quale maniera intende tradurre in regole e atti gli ideali di giustizia e di progresso che costituiscono l’essenza della sua identità politica. Una legge esprime a livello pubblico le scelte di fondo e gli indirizzi generali della stessa amministrazione verso i propri cittadini. In poche parole una legge esprime in maniera chiara l’orizzonte di civiltà in cui una amministrazione si vuole collocare.
Una obiezione ci è stata più volte rivolta durante i lavori di commissione. Si è rimarcato come gran parte delle prestazioni indicate nella presente Proposta di legge, siano già previste e attuate nell’ambito del Programma annuale tradizionalmente predisposto già dalla amministrazione precedente, e che pertanto una legge in materia non sia pertanto necessaria. Due osservazioni. In primo luogo, nella misura in cui tutto questo è vero, non si capisce perché debba sussistere una opposizione sui contenuti proveniente dalle parti politiche che in tutti questi anni hanno sostenuto proprio gli stessi provvedimenti. Sarebbe un gioco delle parti che prescinde dal merito delle proposte avanzate e si motiva solo in una logica di schieramento che si posiziona appunto “a prescindere “. In secondo luogo, mettere in campo dei provvedimenti amministrativi, e non inserirli in un contesto organico normativo di riferimento, risponde ad una logica di non-trasparenza di una amministrazione che interviene sul piano operativo, perché lo ritiene necessario, ma si guarda bene da farlo rientrare in una norma ufficiale perché ne teme i contraccolpi politici o addirittura elettorali.
Ma un atteggiamento del genere, oltre che connotarsi di “non trasparenza”, nella logica del “si fa” ma non “si dice”, si tinge anche di una vena di ipocrisia: non far sapere all’opinione pubblica quello che si fa nel quotidiano degli atti amministrativi per paura delle conseguenze.
E questo non è serio. Non è dignitoso nella considerazione della delicatezza e dello spartiacque di civiltà che i temi di cui stiamo trattando rappresentano.
Un’altra obiezione è stata ricorrente nel corso dei lavori preparatori: perché mettere risorse per persone straniere quando mancano risorse per gli italiani in situazione di fragilità. L’obiezione è seria, ma la risposta lo è altrettanto. Sembrerebbe superfluo ricordare, ma bisogna farlo, che a favore di tutti i cittadini della regione c’è l’intero bilancio della regione (6 miliardi e 700 milioni di euro). Quattrocento milioni solo per la protezione sociale delle persone più deboli. Se due euro all’anno per abitante della regione vengono destinati a questo scopo non si stanno trascurando gli altri compiti di carattere sociale cui la stessa regione è chiamata ad assolvere. Inoltre parte di questi servizi messi in piedi con la presente proposta sono a disposizione anche per gli italiani in difficoltà. Ma la considerazione decisiva è che investire per una convivenza serena e proficua tra i tutti i cittadini di questa regione non è investire per una parte ma è investire per benessere, la convivenza e lo sviluppo dell’intera comunità, che comprende tutti, italiani e stranieri.
Il compito delle regioni in questo campo è quanto mai vasto. Se infatti le norme nazionali e le disposizioni europee stabiliscono le regole generali sulla condizione giuridica degli stranieri, spetta poi alle regioni assicurare nei luoghi di vita l’accesso alle prestazioni sociali, al lavoro, agli alloggi, all’istruzione, ad assicurare cioè tutto quello che è necessario per la conduzione di una vita quotidiana normale. Ed ecco la necessità di intervenire in tutti questi campi. Del resto tutte le regioni italiane lo hanno fatto da tempo. Assieme alla regione Molise siamo rimasti l’unica regione in Italia priva di una legge sulla immigrazione. E se questo potrebbe essere ancora comprensibile per una regione come il Molise, collocata lontano dai flussi migratori, non lo è affatto per una regione come la nostra confinante con altri due stati e terra di transito di continui flussi migratori. E’ giunto il tempo di porre fine a questa anomalia.
Della presenza poi dei cittadini stranieri nella nostra regione deve essere fatta una narrazione completamente diversa da quella che spesso imperversa sui media nazionali e locali e di riflesso, nell’opinione pubblica. Un esame approfondito infatti evidenzia aspetti e caratteristiche che non solo sono molto diverse, ma addirittura eclatanti, rispetto a quella che ne è la narrazione corrente.
La popolazione immigrata residente in Friuli Venezia Giulia al 31 dicembre 2013 (annuario della Regione) era di 107.917 persone. La popolazione straniera incide sul totale della popolazione residente per il 9% e rappresenta il 2,3% degli immigrati residenti su tutto il territorio nazionale. La popolazione è così suddivisa nelle varie province: 12.067 persone a Gorizia, 35.129 a Pordenone, 19.163 a Trieste, 41.558 a Udine.
In Friuli Venezia Giulia l’età media della popolazione è di 45,9 anni e il 23,4% ha oltre 65 anni. L’età media degli stranieri residenti è di 32,5 anni. La presenza degli immigrati pertanto aiuta a riequilibrare la struttura per età della popolazione. A causa di un tasso di mortalità superiore a quello di natalità, la crescita naturale della popolazione autoctona è negativa (-3,4 per mille nel 2011, -3,8 nel 2012 e – 3,9 nel 2013). La crescita totale si volge al positivo grazie ai tassi di crescita della popolazione immigrata residente (-1,4 per mille nel 2011, +3,3 nel 2012, +6,1 nel 2013). Proprio questa presenza evita pertanto il lento declino demografico della nostra regione. E già questo non è poco.
Per quanto riguarda l’occupazione, secondo l’ultimo Dossier della Fondazione Leone Moressa, sono 53.000 gli occupati stranieri nella nostra regione, il 10,6% del totale, con un gettito Irpef stimabile in circa 170 milioni. La gran parte degli occupati risulta impiegata nel settore dei servizi (48,3%), all’interno del quale rientrano l’attività alberghiera e di ristorazione, i servizi alle imprese, il commercio al dettaglio e i servizi alla persona. Particolarmente significativo il dato relativo alle badanti: sono circa 13.000 le persone che svolgono questo lavoro assicurando di fatto una bella fetta del welfare regionale. Undicimila (l’11% del totale) sono poi le imprese, sempre secondo l’analisi della Fondazione Moressa, a conduzione di stranieri nella nostra regione, imprese che producono un reddito attorno ai due miliardi di euro.
Tutto questo a significare che, ad una lettura attenta del fenomeno, la presenza di questi nuovi cittadini si configura a tutti gli effetti come una risorsa per l’intera comunità regionale: è di circa 115 milioni ogni anno infatti l’apporto alle casse delle regione che gli stessi fanno pervenire in termini di compartecipazione tributaria dell’Irpef, cui vanno aggiunte altre diverse decine di milioni in termini di compartecipazione alle altre forme tributarie dovute dalle imprese. Se poi si tiene conto anche dei contributi previdenziali che i lavoratori stranieri presenti in regione versano per pensioni che, tra l’altro, pochi di loro godranno in futuro, sono altri 200 milioni che arrivano a rimpinguare le casse dell’Inps, tutto a nostro vantaggio.
Non solo. Si discute sempre sulla necessità di bloccare i flussi migratori attraverso il potenziamento della cooperazione allo sviluppo verso i paesi di provenienza. Ebbene, mentre la cooperazione nazionale e regionale latitano per mancanza di risorse, i primi ad “aiutarli a casa loro” sono gli stessi immigrati, se è vero come è vero, che ammontano a circa 60milioni, sempre secondo la Fondazione Moressa, le rimesse che gli immigrati della nostra regione mandano a casa loro ogni anno. E’ un fenomeno che fa il parallelo con quanto avviene a livello mondiale: secondo i dati della Banca Mondiale, sono ormai di versi anni che le rimesse della popolazione immigrata del nord del pianeta valgono quattro volte il valore di tutto l’aiuto pubblico allo sviluppo dei paesi del nord del pianeta: nel 2013 si tratta di 5 miliardi e 500 milioni di rimesse contro i 180-200 milioni di aiuto pubblico.
La Proposta di Legge che presentiamo ha avuto un lungo iter di elaborazione. Una prima fase, protrattasi per i primi sei mesi del 2014, ha visto il comitato ristretto della Sesta Commissione audire, in una decina di incontri, oltre cinquanta realtà a diverso titolo impegnate nella gestione del fenomeno immigrazione: assessori comunali, prefetti, sindacati, associazioni, centri culturali, Caritas provinciali, enti di formazione. Si è trattato di un lungo processo partecipativo finalizzato a puntualizzare problemi e metodologie di interventi. Una seconda fase, protrattasi fino a questi giorni, è stata necessaria per condividere le proposte politiche presentate con le realtà del territorio e permettere a punto un testo corretto dal punto di vista giuridico-formale e adeguato alle capacità operative della regione. Ne è uscito fuori un testo che è essenziale nei contenuti e snello nella formulazione normativa.
Si coglie inoltre l’occasione per ricordare che il Comitato per la Legislazione, la Valutazione e il Controllo si è riunito in data 20 ottobre 2015 rendendo un parere che allego, nell’ambito del quale è stata proposta una clausola valutativa in sostituzione di quella attualmente presente nel testo della Proposta di Legge.
Confidiamo pertanto in un dibattito sereno e responsabile sulla presente Proposta di legge. Le scelte che andiamo proponendo non sono all’insegna di una logica meramente solidale o assistenziale, ma si iscrivono nell’ambito di una visione ampia dello sviluppo economico e sociale di questa regione. Una visione che si colloca all’interno di un processo storico epocale che coinvolge in questi decenni l’intero occidente e richiede riposte alte e lungimirante da parte di tutti noi cittadini del Friuli V.G. Remare contro, evocare paure e dubbi, agitare inquietudini e timori verso il nuovo, il diverso, significa andare a ritroso del cammino della storia. Siamo chiamati invece ad affrontare le sfide che la storia ci mette di fronte. Senza paura. Ne usciremo diversi e migliori.

CODEGA

Trieste, 23 ottobre 2015
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