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Famiglie: Da Giau (Pd), Rosolen investe 100mila euro per istituzionalizzare gli stereotipi di genere

pubblicato il 06 dicembre 2018

 06.12.18. «Su poche cose questa giunta regionale, assieme quelle dei Comuni di trazione leghista, sembrano avere le idee chiare: chi è diverso offende la vista e va reso invisibile, sia esso uno straniero o un omosessuale».
Commenta così la consigliera regionale Chiara Da Giau alcune iniziative e provvedimenti di questi giorni che «confermano il furore ideologico della politica leghista regionale e locale».
«La deriva culturale razzista – continua Da Giau – svela ormai i caratteri di una subdola persecuzione che mira in modo sistematico ad annullare natura ed esistenza di molti cittadini.  Questo vale per le maldestre crociate anti bambolotti neri degli asili di Codroipo, per la negazione della possibilità di scegliere l’identità alias nei documenti rilasciati dal Comune di Udine, e, infine, per i 100mila euro stanziati dall’assessore regionale Rosolen nella legge di stabilità con l’istituzione di una rete delle pubbliche amministrazioni per scambiare buone pratiche e  promuovere il valore della diversità tra uomo e donna, quale elemento essenziale per lo sviluppo e la coesione sociale. Il progetto in questione va evidentemente a sostituire quello della rete Ready (Rete nazionale delle pubbliche amministrazioni anti discriminazioni per orientamento sessuale e identità di genere) annullato dalla Giunta regionale come suo primo atto del suo insediamento. Quei 14mila euro che venivano stanziati per Ready sembra fossero troppi per coordinare e dare evidenza alle attività in difesa dei diritti di omosessuali e transessuali. Evidentemente, per il centro destra, è molto più utile spendere 100mila euro per capire come meglio insegnare i classici stereotipi sui ruoli di genere: l’economia domestica alle femminucce e i giochi di guardie e ladri ai maschietti».
Infine, conclude la consigliera dem «le battute non devono però nascondere la terribile verità che le cronache ci mostrano in questi giorni: fare finta che tante persone non esistano, che non esistano i loro diritti, che non esista la loro legittima aspirazione ad affermare se stessi per quello che sono, equivale a rinchiuderle in un ghetto, dietro un muro cementato da un colpevole e ipocrita richiamo ai valori della tradizione cattolica. Tacere su questo, non pesare le conseguenze di tali azioni, vuol dire esserne correi. Non c’è punto percentuale di consenso che potrebbe giustificare tale silenzio alle coscienze né oggi, né in futuro».