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SANTORO: Relazione di minoranza al Disegno di legge regionale n. 70

pubblicato il 29 novembre 2019

Relazione di minoranza al Disegno di legge regionale n. 70 Riorganizzazione dei livelli di assistenza, norme in materia di pianificazione e programmazione sanitaria e sociosanitaria e modifiche alla legge regionale 6/2006 e alla legge regionale 26/2015

Signor Presidente, Signori Consiglieri,

il DDL 70 è la seconda parte della riforma sanitaria di questa amministrazione.
È passata tanta acqua sotto i ponti da quando sentivamo attacchi infuocati sull’ambulanza che arrivava in ritardo, al fatto che l’integrazione ospedale-territorio era un grave errore o che si chiudevano gli ospedali o che la centrale unica Sores era uno sbaglio. Fortunatamente qualche giorno fa in commissione l’assessore ha ammesso che i toni della campagna elettorale sulla sanità erano stati decisamente sopra le righe e che molte delle cose dette o promesse adesso non si possono fare perché “si è approfondita la materia” e che si è cambiata, legittimamente, idea.
È passata anche abbastanza acqua sotto i ponti da quando è stata costituita la cosiddetta “Azienda Zero”, idea che abbiamo cercato di condividere con la maggioranza facendo al tempo un’apertura di credito che non è stata accolta, mettendo troppe cose nel calderone della 27/2018 e mandando così in crisi il sistema. Quanto accaduto è il risultato dell’aver vanificato la funzione di direzione dei commissari che si sono trovati senza orientamento e senza strategia ad occuparsi più della burocrazia che della salute.
Questo è quello che è stato e oggi a noi spetta parlare del presente e del futuro, della seconda fase della riforma sanitaria, verso la quale il nostro approccio rimane il medesimo di allora, aperti al confronto, con toni peraltro pacati e senza fini ostruzionistici, come il dibattito in commissione, ha dimostrato, e come dimostrano gli emendamenti non abrogativi che abbiamo presentato, con la convinzione di cercare di correggere l’attuale impostazione e vengano chiarite le ambiguità di alcune scelte.
Parlando di sanità in quest’aula, a noi preme che i cittadini vedano dei cambiamenti positivi nei servizi che la nostra Regione può loro offrire e che sia data risposta alle loro esigenze rispetto ad una sanità che deve essere caratterizzata da alcuni principi irrinunciabili: deve essere Universale, Pubblica ed Equa.
I tre temi fondamentali da affrontare sono quindi: la sostenibilità economica, il personale e l’equità del sistema sanitario. Se non iniziamo il nostro ragionamento da questi tre temi, ci prendiamo solo in giro e corriamo il rischio di fare una riforma senza una direzione chiara, incapace di incidere sul sistema in senso positivo.
Abbiamo iniziato la legislatura con la scenografica denuncia del “buco della sanità” e “delle macerie” e siamo passati poi alle “nuove necessità del sistema”. Siamo passati dalla promessa non mantenuta che le risorse stanziate con la legge di stabilità 2019 sarebbero bastate nel corso dell’anno, alla sincera ammissione in commissione di qualche giorno fa che le risorse ulteriori e necessarie per il 2020 arriveranno poi con l’assestamento di bilancio nel corso dell’anno prossimo. Ma chi sta presidiando il controllo dei costi e delle attività? Dov’è oggi? E in questa legge, a chi spetterà? Ora, non possiamo continuare a rimandare all’infinito un confronto vero e non pregiudiziale su questo aspetto, a maggior ragione nel momento in cui affrontiamo una legge che apre le porte al settore privato non solo per le attività complementari ed integrative, ma anche per funzioni essenziali e strutturali. Noi siamo convinti che si debba mettere in primo luogo il settore pubblico nelle condizioni di lavorare ed operare bene, garantire servizi essenziali e di qualità, senza pregiudizio alcuno verso il privato tout-court e tanto meno verso il privato sociale e il terzo settore. Ma con altrettanta convinzione chiediamo di conoscere da dove saranno prese e quante saranno le risorse che dal settore pubblico si sposteranno a quello privato e quali e quanti paletti la Regione metterà in campo per non assistere ad uno smantellamento di quella che in molti considerano, nonostante i tanti problemi, una sanità d’eccellenza.
C’è poi il tema del personale, con la carenza dei medici di base, la carenza di specialisti, i sotto-organici nelle professioni sanitarie, il tema della demografia professionale e, non neghiamolo, la fuga che c’è verso il privato a causa della demotivazione e degli eccessivi carichi di lavoro progressivi se il sistema pubblico non torna ad essere concretamente sostenuto. Riteniamo fondamentale un impegno straordinario nella formazione del capitale umano alle nuove logiche organizzative e gestionali e per costruire una nuova classe dirigente capace di essere leadership del SSR per il prossimo futuro. Questo è il primo grande investimento da fare, sia per ridare dignità a chi oggi lavora in sanità ed ha bisogno di un aiuto immediato, reale e tangibile, sia perché altrimenti non si intravede un futuro per il sistema pubblico.
E poi c’è il tema dell’equità, del riconoscimento concreto e non solo sulla carta, dei diritti dei cittadini nel momento in cui interagiscono con il nostro sistema sanitario. Un sistema che di fronte alla richiesta di salute del cittadino e dello sforzo che fa nella prevenzione delle malattie, offre il muro invalicabile delle liste d’attesa o un sistema che, come in questo DDL, invece che offrire servizi rischia di offrire risorse e un catalogo di soggetti a cui rivolgersi, non è un sistema equo. La garanzia dell’erogazione di servizi rispettosi degli standard, il mantenimento di costi accessibili a tutti e tempistiche ragionevoli per avere le cure sono terreno di conquista quotidiano: non basta certo dire che la persona è “al centro” per trasformare l’assunto in verità.
Se vogliamo intervenire su questi temi, dobbiamo tracciare un orizzonte di futuro esplicito e convincente che permetta di mantenere un’alta motivazione dei professionisti e consegnare loro prospettive accattivanti sul piano professionale e organizzativo. Dobbiamo muoverci in modo coordinato e simultaneo con tutti gli atti di decisione, la condizione degli uomini e delle donne e delle attività e l’impiego delle risorse, avviando un “ciclo di direzione” che stabilisca in anticipo gli obiettivi da raggiungere e le modalità di svolgimento da rispettare.
Con questa legge non si coglie immediatamente e con certezza cosa cambierà concretamente e direttamente, in quanto tutte le scelte sono rimandate ad altri atti, politici e amministrativi, che verranno poi a cascata nei prossimi mesi e nei prossimi anni. Il dovere del Consiglio Regionale, è indubbiamente quello di fissare indirizzi, strategie e obiettivi, non certo quello di entrare nella gestione e nelle scelte operative, ma non può nemmeno rischiare di limitarsi a scrivere una cornice ampia e vaga in cui poi tutto può succedere.
Qui dentro siamo passati dal votare norme con cui si è deciso in quale stabilimento doveva stare il punto nascita all’interno di un presidio ospedaliero, quale dovesse essere la “seconda sede” di un ospedale o quali reparti dovessero esserci in un altro stabilimento ospedaliero, a questa proposta che nella sua “vaghezza” consente oggettivamente opzioni tra loro contrastanti. Le leggi delega esistono, ma i principi, gli obiettivi e le strategie sono chiare, come sono chiari i limiti oltre i quali non andare e le condizioni per fare o non fare determinate cose.
Ciò nonostante in questa norma che dovrebbe affrontare, in coerenza con il suo titolo, le linee di indirizzo perché le aziende possano programmare e pianificare la realizzazione e l’erogazione delle loro attività, troviamo ugualmente alcuni aspetti puramente gestionali: dalle RSA che devono accogliere 7 giorni su 7 o l’accesso alle stesse RSA governato dall’ospedale e non dai team territoriali, oppure le funzioni del Burlo a Gorizia e Monfalcone, come rimarranno vive nella 17/2014 le scelte gestionali fatte con legge quest’estate.
Nella discussione di merito affronteremo più nel dettaglio e concretamente, auspicando un momento di confronto reale sui temi più rilevanti, i punti problematici che abbiamo rilevato, ma anticipo brevemente e in rapidità le questioni più significative: il territorio, con i distretti e la salute mentale, l’assistenza primaria e l’assistenza ospedaliera
Per quanto riguarda il territorio, settore su cui riteniamo giusto investire, se si vuole proseguire nel lavoro di consolidamento delle cure primarie e fare del distretto il luogo centrale del sistema sanitario o comunque quello più importante, sono fondamentali non solo le risorse economiche, ma anche le competenze e il potere per chi li dirige di governare processi complessi e nuovi come quelli che si vogliono introdurre. Il distretto, è uno dei punti nodali della riforma e raccomandiamo più attenzione e prudenza, perché si corre davvero il rischio di colpire uno degli architravi su cui il sistema si poggia. Quando nel corso dell’esame in Commissione viene detto che i distretti e i CSM sono attualmente troppi e con troppo poco personale per poter erogare i servizi, che andrebbero ridotti di numero, ma che per evitare guerre territoriali si troveranno altre soluzioni, è evidente il motivo della nostra preoccupazione in presenza di una delega in bianco.
Serve un maggiore sforzo relativamente all’assistenza primaria. Se è vero che sui CAP le difficoltà sono state molte, è anche vero che sono state investite risorse e che un certo numero di professionisti si è trovato a sperimentare modalità per organizzare la risposta ai bisogni complessi costruendo team multiprofessionali. Non si possono negare le esperienze positive realizzate o che la creazione di luoghi anche fisici dove la multidisciplinarità, lo scambio di conoscenze, il rapporto diretto tra paziente, medico di base e specialisti, siano fondamentali per una medicina d’iniziativa vera e non solo enunciata come principio. Non possiamo pensare che bastino gli auspici a far lavorare in un sistema una moltitudine di soggetti poco abituati a confrontarsi per trovare soluzioni, certo non solo per colpa propria ma anche per l’assenza di strumenti e sistemi che favoriscano questo dialogo o questa cooperazione sistematica. E non aggiungo altro rispetto alla già citata carenza dei medici di medicina generale.
Chiudo con il tema dell’assistenza ospedaliera, citando solo in modo sommario alcuni aspetti che vedremo poi nella discussione, a partire dalla scomparsa dei presìdi ospedalieri per la salute, dei loro servizi e reparti, del pronto soccorso e punti di primo intervento: cosa diventeranno? Diventeranno strutture con qualche posto letto per fare da polmone di appoggio ad altri ospedali? Che lo si dica chiaramente! Siamo anche di fronte ad alcune questioni che andranno chiarite, dal nuovo concetto di “funzione hub” rispetto a quello tradizionale “ospedali hub”, alla debole e pericolosa soluzione ipotizzata per i primari a scavalco, fino alla criticità rappresentata dall’idea di bypassare la valutazione multidimensionale e il distretto nell’accesso alle strutture assistenziali intermedie, rischiando di creare un vero cortocircuito nel sistema.
Le audizioni, ricche di contributi di qualità, non hanno ancora viste accolte le modifiche che gli stessi portatori di interesse hanno chiesto con serietà, chiarezza e pacatezza. Anche le nostre relazioni con gli operatori e il territorio hanno portato alla luce alcune criticità e modifiche da apportare alla norma, nel rispetto dei diritti di chi governa a fare le proprie scelte. Assessore come le ho detto in commissione, chi guida fa la strada, ma sui temi vogliamo confrontarci.
In conclusione gli emendamenti che presentiamo, partendo dalla centralità del sistema pubblico, dalla necessità di rafforzare il territorio e di non abbandonare i presidi sociali e dell’assistenza primaria, hanno un duplice obiettivo: ridare al Consiglio e alla politica la responsabilità delle scelte strategiche, e chiarire esattamente il significato dei vari articoli, togliendoli dall’ambiguità.

Mariagrazia Santoro